Il 29 ottobre 1933 a Madrid Jose Antonio Primo De Rivera fondò le "Falangi Spagnole", un movimento politico che aveva tratti prettamente di ispirazione fascista . Figlio del dittatore Miguel De Rivera, fin da giovane seguì le orme politiche del padre celebrando la sua figura e man mano sviluppando un pensiero che, nella teoria e nella prassi, si avvicinava al fascismo italiano. Il capitalismo e il marxismo erano per De Rivera due mali da estirpare nella società spagnola così come in tutte le altre. L'individualismo liberale e la lotta di classe erano malattie sociale che avrebbero minato l'identità nazionale e la solidità della Nazione. Si offriva invece un modello di Nazione spirituale, trascendentale e interclassista. Proponeva la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di produzione pur difendendo la proprietà privata. Giustizia sociale e solidarietà nazionale erano le parole d'ordine del falangismo. Il tutto legato ad una politica sociale volta a garantire il sostegno delle classi operaie. Durante gli scioperi e le tensioni sociali tra il 1934 e il 1936 le falangi si schierarono a fianco degli scioperanti nonostante la forte presenza degli anarchici e dei social - comunisti e lo scarso successo che riscossero alle urne. Nell'anno dello scoppio della guerra civile le FS si schierarono nel Fronte Nazionale a sostegno di Franco. Primo De Rivera qualche mese dopo venne catturato e fucilato il 1° novembre di quell'anno. Il mito di De Rivera rimase vivo nell'estrema destra sociale anche dopo la fine del regime franchista nel 1977. Lo stesso Franco celebrò più volte De Rivera come il "martire della Crociata" per la salvezza della Nazione. Il suo corpo venne tumulato nel monumento della Valle de los Caidos, dove si trova un mausoleo dedicato alle vittime della guerra civile spagnola.
giovedì 7 giugno 2012
Primo De Rivera e il falangismo
Il 29 ottobre 1933 a Madrid Jose Antonio Primo De Rivera fondò le "Falangi Spagnole", un movimento politico che aveva tratti prettamente di ispirazione fascista . Figlio del dittatore Miguel De Rivera, fin da giovane seguì le orme politiche del padre celebrando la sua figura e man mano sviluppando un pensiero che, nella teoria e nella prassi, si avvicinava al fascismo italiano. Il capitalismo e il marxismo erano per De Rivera due mali da estirpare nella società spagnola così come in tutte le altre. L'individualismo liberale e la lotta di classe erano malattie sociale che avrebbero minato l'identità nazionale e la solidità della Nazione. Si offriva invece un modello di Nazione spirituale, trascendentale e interclassista. Proponeva la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di produzione pur difendendo la proprietà privata. Giustizia sociale e solidarietà nazionale erano le parole d'ordine del falangismo. Il tutto legato ad una politica sociale volta a garantire il sostegno delle classi operaie. Durante gli scioperi e le tensioni sociali tra il 1934 e il 1936 le falangi si schierarono a fianco degli scioperanti nonostante la forte presenza degli anarchici e dei social - comunisti e lo scarso successo che riscossero alle urne. Nell'anno dello scoppio della guerra civile le FS si schierarono nel Fronte Nazionale a sostegno di Franco. Primo De Rivera qualche mese dopo venne catturato e fucilato il 1° novembre di quell'anno. Il mito di De Rivera rimase vivo nell'estrema destra sociale anche dopo la fine del regime franchista nel 1977. Lo stesso Franco celebrò più volte De Rivera come il "martire della Crociata" per la salvezza della Nazione. Il suo corpo venne tumulato nel monumento della Valle de los Caidos, dove si trova un mausoleo dedicato alle vittime della guerra civile spagnola.
mercoledì 6 giugno 2012
George L. Mosse: sessualità e nazionalismo
Il nazionalsocialismo tedesco e italiano è per George L. Mosse l'espressione più matura del profondo legame tra nazionalismo e sessualità o, meglio, rispettabilità borghese e virilità. Questa tesi è espressa nel celebre studio dello storico tedesco "Nazionalità e Sessualità" (1982). Il fascismo in generale portava avanti una educazione sessuale dove era centrale il rispetto dei ruoli e dei generi sessuali. E' stato sempre così? La risposta di Mosse è no. Quando il fascismo e il nazionalsocialismo erano ancora movimenti parlavano di rivoluzione e di smantellare la mentalità borghese. Il primo fascismo dava ai giovani ribelli la possibilità di rifiutare non solo la propria condizione socio - economica, ma anche il proprio stile di vita. Contro la degenerazione e l'artificiosità borghese si offrivano modelli di vita autentici nonché una rivalutazione del proprio corpo. Tale riscoperta non era solo materialista e puramente estetica (come accadeva per alcuni movimenti di sinistra), ma soprattutto simbolica. Il corpo divenne sinonimo di autenticità, di Natura, della forza della Nazione nonché della propria sessualità.
La rispettabilità venne messa in pericolo. Il culto della giovinezza, della bellezza e della forza, rafforzate dal desiderio di rinnovamento seguito alla Prima Guerra Mondiale, furono fattori destabilizzanti. Si formarono i cosiddetti "Mannerbund", comunità di uomini nate dalla solidarietà che si era sviluppata in trincea, i cui aderenti potevano mettere alla prova la propria bellezza e forza. La propria virilità si doveva sviluppare in contrasto con la viltà borghese osservando un rigido cameratismo. Il peggior nemico di costoro era la pace: ecco perché la costante mobilitazione bellica, oltre a sviluppare la virilità, serviva come disciplina.
Enrst Junger, filosofo e poeta tedesco vicino al nazionalsocialismo tedesco, definì con orgoglio questi uomini come "Operai": "L’operaio’, a contatto con le forze essenziali della morte, del sangue, della terra, avrebbe assunto il controllo del progresso tecnico, della macchina, degli strumenti, cioè determinanti la società del futuro. Il suo perseguimento del potere, il suo disprezzo per lo sfogo ‘femminile’ della società borghese di riconciliare gli opposti, fa dell’operaio l’erede, in tempo di pace, del mito dell’esperienza di guerra: una nuova aristocrazia che supererà il limite tra ordine e anarchia”. Questa definizione aveva in se una contraddizione: come conciliare l'esigenza di forza con quella di disciplina e di rispetto degli usi e costumi nazionali? Era vero che queste dovevano essere le forze rigeneratrici della nazione, ma bisognava conciliarle con il costume tradizionale. In Germania ci fu una graduale assimilazione ai costumi tradizionali. In Italia al contrario il fascismo delle prime origini era molto più libertario. Si permise il libero sfogo delle energie creative tramite forme di avanguardia che si rifacevano alle esperienze futuriste e sindacaliste, ma nel contempo si avviò un graduale rientro nella tradizione. In un primo momento il fascismo promosse una vera e propria rivoluzione sessuale. Alle donne vennero concessi diritti e le si spalancarono le porte per molte professioni, prima tabù. Quando il regime si stabilizzò il ruolo della donna venne man mano sottoposto a continue rivisitazioni fino a coincidere con quella rispettabilità borghese che prima combattevano. La rispettabilità borghese divenne man mano il manto sotto il quale il fascismo si celò per conquistare gli animi della borghesia e per cementare il tessuto sociale.
La rispettabilità venne messa in pericolo. Il culto della giovinezza, della bellezza e della forza, rafforzate dal desiderio di rinnovamento seguito alla Prima Guerra Mondiale, furono fattori destabilizzanti. Si formarono i cosiddetti "Mannerbund", comunità di uomini nate dalla solidarietà che si era sviluppata in trincea, i cui aderenti potevano mettere alla prova la propria bellezza e forza. La propria virilità si doveva sviluppare in contrasto con la viltà borghese osservando un rigido cameratismo. Il peggior nemico di costoro era la pace: ecco perché la costante mobilitazione bellica, oltre a sviluppare la virilità, serviva come disciplina.
Enrst Junger, filosofo e poeta tedesco vicino al nazionalsocialismo tedesco, definì con orgoglio questi uomini come "Operai": "L’operaio’, a contatto con le forze essenziali della morte, del sangue, della terra, avrebbe assunto il controllo del progresso tecnico, della macchina, degli strumenti, cioè determinanti la società del futuro. Il suo perseguimento del potere, il suo disprezzo per lo sfogo ‘femminile’ della società borghese di riconciliare gli opposti, fa dell’operaio l’erede, in tempo di pace, del mito dell’esperienza di guerra: una nuova aristocrazia che supererà il limite tra ordine e anarchia”. Questa definizione aveva in se una contraddizione: come conciliare l'esigenza di forza con quella di disciplina e di rispetto degli usi e costumi nazionali? Era vero che queste dovevano essere le forze rigeneratrici della nazione, ma bisognava conciliarle con il costume tradizionale. In Germania ci fu una graduale assimilazione ai costumi tradizionali. In Italia al contrario il fascismo delle prime origini era molto più libertario. Si permise il libero sfogo delle energie creative tramite forme di avanguardia che si rifacevano alle esperienze futuriste e sindacaliste, ma nel contempo si avviò un graduale rientro nella tradizione. In un primo momento il fascismo promosse una vera e propria rivoluzione sessuale. Alle donne vennero concessi diritti e le si spalancarono le porte per molte professioni, prima tabù. Quando il regime si stabilizzò il ruolo della donna venne man mano sottoposto a continue rivisitazioni fino a coincidere con quella rispettabilità borghese che prima combattevano. La rispettabilità borghese divenne man mano il manto sotto il quale il fascismo si celò per conquistare gli animi della borghesia e per cementare il tessuto sociale.
martedì 5 giugno 2012
Marx e la questione ebraica
Stalin fomentò un violento antisemitismo per screditare ed eliminare la vecchia guardia bolscevica in maggioranza di origine ebrea. Pur riconoscendo Israele il dittatore russo mandò nei gulag siberiani moltissimi esponenti del mondo ebraico poiché temibili avversari politici. Da sempre gli ebrei avevano formato la frangia più estremista del bolscevismo per distruggere la società classista fonte di discriminazione. Il marxismo ha sempre ritenuto l'antisemitismo e ancor di più l'antisionismo come un retaggio del passato e un prodotto della cultura borghese. Il padre di Marx era un avvocato di origine ebraica il quale era stato costretto dagli eventi a cambiare religione e cognome per evitare i pogrom. Il giovane Karl viveva in prima persona questo problema tanto che nel 1844 pubblicò un articolo, "Sulla questione ebraica", sugli Annali Franco - tedeschi. Marx esordiva descrivendo l'ebreo come un uomo senza patria e senza fissa dimora, costretto quindi a migrare in continuazione. Questa situazione esistenziale lo porta quindi a costruirsi una base economica solida, a inseguire il profitto, per poter sopravvivere in una condizione di costante migrazione.L'ebreo non potendo integrarsi nello Stato in cui vive, la sua ideologia religiosa e politica lo porta di conseguenza ad escludersi ancor di più e a vivere in maniera del tutto diversa da quella accettata nella nazione che lo ospita. Questo non farebbe altro che attirare su di se una serie di stereotipi.
L'ebreo quindi da un lato è oggetto di troppe restrizioni, dall'altro radicalizza la propria ideologia. Se gli fossero concessi diritti e libertà, con la laicizzazione dei costumi e dello Stato, rinuncerebbe al proprio stile di vita e si adeguerebbe a quello convenzionalmente accettato. Il discorso prosegue con una critica alle posizioni di Bauer in merito al problema dell'antisemitismo. Ribatte all'ipotesi secondo cui solo quando gli ebrei rinuncino ai loro costumi tradizionali, ci sarà una apertura verso loro stessi. Gli ebrei, ribatte Marx, sono vittime del capitale perché la loro autodiscriminazione è il riflesso di quella che lo Stato esercita sui suoi membri. La tolleranza religiosa non costituisce il problema fondamentale: è una questione di emancipazione umana che non ci sarà mai del tutto con una società capitalistica. Se le tesi di Marx fossero state accolte e evidenziate, la borghesia tedesca avrebbe avuto poche possibilità per far cadere le colpe della crisi sugli ebrei.
lunedì 4 giugno 2012
Dio, Patria e Famiglia o Liberi, Sociali e Nazionali?
Si è spesso portati a definire il fascismo italiano con il motto "Dio, Patria e Famiglia" intendendo con esso i valori che la figura di Mussolini e il suo pensiero hanno provveduto a salvaguardare. La maggior parte dei nostalgici vede il fascismo in chiave conservatrice e borghese, rifiutando ogni altra interpretazione che differisca da quella che convenzionalmente si accetta. Si può accettare questa versione tanto è vero che si parla spesso di un "fascismo regime" (termine introdotto da Renzo De Felice) compromesso con i poteri forti e quelli tradizionali, accettando di fatto quei valori che precedentemente avversava. In realtà la cultura mistica e ideologica del fascismo non ha mai parlato sempre fin dalle origini di tradizione. Mussolini stesso proveniva da un'area ruotante intorno alla sinistra massimalista. Il suo pensiero è il risultato della commistione di elementi della sinistra con alcuni propri dello spiritualismo e del niccianesimo, incompatibili con la tradizione cattolica. Il motto "Dio, Patria e Famiglia" viene dal Portogallo, da Antonio Salazar, economista e dittatore, che sviluppò un fascismo simile a quello italiano (specie nella politica economica), ma fin dalle origini conservatore e fortemente cattolico. La sua importazione in Italia avvenne probabilmente dopo la guerra civile spagnola per confermare la svolta a destra del regime. Il fascismo italiano, quello di San Sepolcro, parlava di "Liberi, Sociali e Nazionali" cioè una ideologia fortemente connotata da elementi rivoluzionari e lontano dai risultati del fascismo regime.
Tienanmen: urla nel silenzio
Hu Yaobang era un Presidente del Pcc stimato dal popolo per la sua politica riformatrice nonché stimato collaboratore di Deng Xiaoping. Nonostante fosse caduto in disgrazia alla sua morte, avvenuta il 25 aprile 1989, gli vennero tributati onori pubblici e gli fu riservato un funerale di Stato. Questa fu l'occasione per i giovani studenti di Pechino di dimostrare il loro rispetto per Hu. Gli eventi internazionali, specie quelli nel blocco sovietico dove Gorbaciov stava avviando una graduale politica riformatrice, avevano aperto nuovi scenari di libertà. I manifestanti scesi per le strade in occasione dei funerali di Hu, chiedevano un governo democratico equo e libero. Dal 15 aprile al 4 giugno per le strade della capitale cinese sfilarono circa 100.000 giovani provenienti da tutto il Paese. Deng. Xiaoping era uno dei bersagli dei manifestanti: era accusato di esser un conservatore il quale era poco propenso a riformare del tutto il sistema, a costruire la democrazia e a rinunciare al partito unico. Le manifestazioni si susseguirono incessantemente e le autorità rimanevano impassibili sperando una possibile opera di mediazione. Circa 2000 studenti si stabilirono presso Piazza Tienanmen, proclamando uno sciopero della fame e costruendo una statua in polistirolo intitolata "La Dea della Democrazia". Il Pcc temporeggiava, ma non tutti erano convinti del buon esito del confronto pacifico. Deng Xiaoping si pose a capo della fazione del partito che chiedeva mano dura contro gli studenti. La sua influenza gli permise di ottenere ciò che voleva: repressione. Venne istituita la legge marziale e l'esercito scese in strada per contrastare gli studenti. La popolazione, sconvolta anche dalla crisi interna, solidarizzo con gli scioperanti riuscendo a fermare temporaneamente l'esercito. Vedendo la resistenza del movimento studentesco - popolare Deng diede ordine di usare a tutti i costi la forza. Il 4 giugno i carri armati e i soldati marciarono verso Tienanmen e sparando sulla folla a inerme fino a espugnare la piazza. I dati riguardanti le vittime sono incerti. Secondo le società di spionaggio americane i morti ammonterebbero a 800. Alcune organizzazioni sovranazionali (Croce Rossa e Amnesty International) riferiscono dati che superano le mille unità. Nella Cina contemporanea il silenzio avvolge ancora questi fatti.
domenica 3 giugno 2012
Leoncavallo: Fausto e Iaio vivono nelle nostre lotte
La Milano di fine anni settanta e inizio anni ottata venne colpita da una pericoloso andata di spaccio di cocaina, una vera e propria emergenza sociale. A cercare di arginare ed eliminare questa piaga, oltre alle forze dell'ordine, intervennero alcuni membri del Centro Sociale milanese "Leoncavallo". Vennero organizzate alcune ronde antispaccio composte da volontari che giravano per i quartieri popolare alla ricerca degli avvelenatori sociali. Accanto a questa azione di contrasto alla criminalità organizzata si pose una lunga operazioni di indagine, condotta dagli stessi vigilantes, per smascherare la struttura criminale che vi era dietro la diffusione della cocaina. Legato a questi eventi è l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci, due giovani comunisti, il 18 marzo 1978.Chi erano Fausto e Iaio? Erano due membri del Leoncavallo, componenti delle ronde antispaccio, i quali indagavano da tempo sul traffico di cocaina. Si dice che le verità che vennero alla luce dalle loro ricerche siano state le ragioni che hanno spinto ad ucciderli. I due giovani avevano scoperto un giro di spaccio che faceva capo ad alcuni esponenti della criminalità organizzata, legati a loro volta ad alcuni esponenti dell'estrema destra. Del materiale che misero insieme ne rimane una piccola parte visto che dopo il loro omicidio sparirono molti documenti e registrazioni di interviste. A rivendicare l'omicidio, avvenuto a Via Mancinelli 8, furono i Nar (Nuclei armati rivoluzionari, movimento di estrema destra) i quali inviarono una serie di lettere rivendicative a Roma e in altre città italiane. Massimo Carminati fu il principale indagato: membro dei Nar nonché "collaboratore" della banda della Magliana e di alcuni esponenti dei servizi segreti deviati invischiati nella strage di Piazza Fontana. Accanto alla pista nera ve ne era un'altra che mirava a trovare i responsabili tra le file dell'estrema sinistra. Nel palazzo dove viveva Fausto vi era un nascondiglio delle Br. Si è ipotizzato che i due giovani avessero scoperto anche dei legami tra le Br e i servizi segreti infiltrati tra quelle cellule terroristiche. Molti esponenti del Leoncavallo tentarono indagini indipendenti senza ottenere alcun risultato concreto. Un giornalista dell'Unità, Mauro Brutto, riuscì a metter insieme un dossier su nomi e fatti che doveva consegnare all'arma dei carabinieri e svelare finalmente i mandanti e gli esecutori dell'omicidio. Brutto venne investito il 25 novembre 1978 da una Simca 1100 e il suo dossier sparì dalla sua borsa senza lasciar traccia. Questo fatto confermò in alcuni il soispetto sulla possibile partecipazione dei servizi segreti deviati all'omicidio di Fuasto e Iaio. Le indagini ufficiali non giunsero a nessun esito. Massimo Carminati e gli altri indagati, Mario Corsi e Claudio Bracci, furono assolti per insufficienza di prove. Il caso venne archiviato definitivamente il 6 dicembre 2000.
Corea: una monarchia comunista
Sembra proprio essere una monarchia, quell'alternanza di padre in figlio al comando di una nazione che è avvenuta in Corea del Nord. Una monarchia che poggia su un presunto "comunismo". Kim Il - Sung è stato il fondatore di questa dinastia di leader socialisti nonché colui che diede i natali alla Repubblica Democratica Popolare di Corea (o, come la conosciamo noi, Corea del Nord). La sua figura è legata ai contrasti sino - sovietici. Mao, come noto, voleva esaltare la propria dottrina come "la via cinese al socialismo" in opposizione con la decadente struttura sovietica. In questo ambito il Caro Leader (come venne ribattezzato Kim) oscillò tra Mosca e Pechino prima di appoggiarsi del tutto alla Cina. Sempre in questi anni Kim tentò una mossa inaspettata: invadere la Corea del Sud per unificare il Paese (Guerra di Corea, 1950 - 1953). Il progetto fallì anche perché gli Stati Uniti non tardarono a intervenire per ripristinare il confine tra i due Paese al 38° parallelo. Sconfitto si ripiegò nella gestione economica e politica della repubblica, dando inizio alla cosiddetta "Juche", cioè "autarchia", desiderando di creare uno Stato autosufficiente e chiuso alla penetrazione straniera. La propaganda fu uno degli interessi primari del Caro Leader. Esso fu lo strumento attraverso il quale Kim Il - Sung costruì un culto della personalità che ancora oggi circonda la figura di Kim e dei suoi discendenti. Fu proprio per suo volere che gli venne attribuito il titolo "reale" di Caro Leader o Grande Leader. Questo appellativo venne poi trasmesso a suo figlio e successivamente all'attuale discendente della famiglia. Sembra quasi di trovarci di fronte ad una delle antiche dinastie cinesi, i cui membri erano venerati come delle divinità secondo l'usanza confuciana. Ciò che spaventa è il clima orwelliano che sembra regnare sulla nazione. Quei pochi occidentali ammessi al cospetto del monarca "comunista" hanno parlato di una popolazione stremata e succube di un potere che sembra rifarsi al quel Grande Fratello descritto da George Orwell. Dopo la morte di Kim Il - Sung nel 1994 gli successe al "trono" il figlio, Kim Jong - Il. Il suo governo durato fino al 19 dicembre 2011, data della sua morte, è stato segnato da continue tensioni con il mondo occidentale specie con gli Usa. In campo atomico si sono registrati i principali attriti: da decenni la Corea del Nord aspirava a possedere un arma atomica tanto da sfidare la Cina (contraria all'armamento nucleare coreano, temendo possibili voltafaccia) e gli Stati Uniti. Nel 1994 era stato firmato un patto tra i due Paesi secondo il quale la Corea, rinunciando all'armamento nucleare, avrebbe ricevuto aiuti umanitari ed economici dagli stessi americani. Questo patto venne infranto nel 2006 quando venne annunciato al mondo intero un esperimento nucleare sotterraneo che, stando alle voci ufficiali del governo coreano, ha ottenuto ottimi risultati. Accanto a questi difficili relazioni diplomatiche, troviamo una politica interna altrettanto disastrosa. Nei primi anni del regime autoritario la Corea del Nord ebbe una fase di crescita economica. Gli occupanti giapponesi avevano costruito un apparato industriale moderno e molto produttivo. Le politiche sbagliate, le sanzioni dell'Onu e il Juche non fecero altro che peggiorare e mandare in crisi il Paese. La Cina è diventata per la Corea l'unica ancora di salvezza per avere beni alimentari per la popolazione a causa delle ricorrenti carestie. Kim Jong - Il ha invece fortemente investito nell'industria pesante e nell'esercito per creare un sistema di difesa efficacie contro possibili attacchi della Corea del Sud e dei suoi alleati occidentali.Kim Jong Il morì, stando ai rapporti ufficiali, per infarto mentre era in viaggio in treno. Gli è succeduto il figlio nonché nipote del Caro Leader, Kim Jong - Un. Ancora giovane, è stato eletto già capo supremo della Repubblica Democratica Popolare della Corea e, secondo le ultime rivelazioni, si appresta a continuare l'opera dei suoi genitori.
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