lunedì 11 giugno 2012

"Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona"

"Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona" e forse era vero. Nel grande calderone politico della Prima Repubblica Berlinguer sembrava essere il paladino dell'onesta, il politico impegnato e dedito alla sua missione civile. Tutti gli altri davano l'impressione di essere corrotti e legati poteri poco puliti. In un periodo dove si evidenziavano le avvisaglie di una malattia, la corruzione, che poi mostrerà tutto il suo male agli inizi degli anni novanta, Berlinguer era l'unico che sembrava salvarsi. Il suo partito, il Pci, era l'unico, all'apparenza, che si trovava fuori da qualunque giro di tangenti e finanziamenti illeciti. L'immagine di onestà che Berlinguer era riuscito a costruirsi, gli consentiva di lanciare invettive contro la corruzione politica e morale. Nel 1977 Berlinguer lancia la questione morale, una serie di accuse contro la mala politica, che diventerà una dei punti fondamentali della propaganda del Pci. Nei confronti degli altri partiti, il partito comunista si pose come il paladino della buona politica contro la corruzione, contro l'uso improprio della politica per fini personali. Berlinguer non smise mai di porsi come un politico pulito e la sua etica divenne il metro di valutazione dell'onestà politica.
Sarà vero che Berlinguer era "una brava persona"? Qualcuno ha sollevato dei dubbi. In particolar modo hanno evidenziato come l'immagine di onestà, che Berlinguer aveva creato per se stesso e per il partito, era un velo che nascondeva una serie di finanziamenti illeciti. I Dossier Mitrokhin hanno rivelato la rete di denaro che dal Pcus veniva trasferito nelle casse del Pci. Il ricordo di Enrico Berlinguer non sembra essere stato intaccato da queste voci.

domenica 10 giugno 2012

Estado Novo!

L'Estado Novo, lo Stato Nuovo, il progetto di ogni fascismo di rigenerazione della Nazione dopo le aggressioni liberiste e comuniste. Questo termine di chiara matrice iberica è stato coniato in Portogallo e sta ad indicare il lasso di tempo che va dal 1926 al 1968. In questo frangente anche il Portogallo, secondo Stato iberico, ha conosciuto il fascismo impersonato dalla figura di Antonio De Oliveira Salazar. Nel grande calderone del fascismo, la dottrina di Salazar però è tendenziamente tradizionalista, quindi fin dalle origini lontana dalla carica rivoluzionaria del fascismo italiano. Nel 1923 avvenne il Golpe di Salazar che pose fine alla repubblica che, come in Spagna, soffriva di una forte instabilità politica. Salazar non ebbe mai il carisma di un Mussolini ne di un Hitler: come Franco era stato semplicemente appoggiato dalla borghesia conservatrice, senza esser riuscito ad accattivarsi la massa popolare. Il regime o, meglio, l'Estado Novo, era connotato da una matrice molto conservatrice. Come ho evidenziato in un altro articolo ("Dio, Patria e Famiglia o Liberi, Sociali e Nazionali") il motto "Dio, Patria e Famiglia" venne utilizzato dal dittatore per esaltare l'affinità tra la tradizione cattolica portoghese e la politica sociale intrapresa. Sostanzialmente le scelte politiche ed economiche vennero fatte rispettando i valori cattolici e la classe borghese conservatrice. Il corporativismo venne scelto come strumento per mantenere i privilegi della elitè economica portoghese e per contrastare ogni sentimento di rivalsa delle classi più povere. Ed è proprio contro i comunisti che Salazar usò la sua arma più potente per mantenere l'ordine, la polizia segreta: la PIDE. I dissidenti venivano censurati e deportati nelle ultime colonie portoghesi. Il portogallo nel 1938 firmò il Patto Anti - Comintern insieme ai Paesi dell'Asse, schierandosi di fatto con costoro. Le simpatie verso il nazismo costarono a Salazar sanzioni nel periodo postbellico, ma nonostante tutto riprese dal partito nazista la struttura e soprattutto le legioni popolari sul modello, però, dello squadrismo italiano, le Legiao Portuguesa. Come per la Spagna di Franco, anche Salazar tentò ad un certo punto di uscire dall'isolamento in cui si trovava. Nel 1949 entrò nella Nato con non poche critiche. Il dittatore aveva represso nel sangue alcune rivolte coloniali. I suoi metodi poco ortodossi costarono la vita di migliaia di persone, ma, nonostante i suoi sforzi, agli inizi degli anni sessanta fu costretto a cedere all'indipendenza di molte colonie, in particolar modo l'Angola. L'Estado Novo, come il franchismo, aveva, diciamo, salvato il Paese da una situazione di instabilità politica. Quindi dopo aver ristabilito un certo ordine Salazar si propose di riavvicinare il Paese alla democrazia. Nel fare ciò si adeguò alla democrazia organica di Franco, ma la sua opera si interruppe con la sua morte. Il suo successore, Marcello Caetano, cercò di portar a termine la sua dottrina, ma nel 1974 la Rivoluzione dei Garofani accellerò il cambiamento.

Federico Garcia Lorca: gli ultimi giorni della repubblica

Federico Garcia Lorca era un poeta eccentrico e sopra le righe. Viveva a Granada, una città legata fortemente alla tradizione cattolica, la quale dopo l'alziamento di Franco si schierò decisamente con gli insorti. Lorca era fuori posto da sempre in un luogo dove veniva additato come un sovversivo e come un sodomita, essendo un omosessuale. Le sue opere riflettono questa sua esuberanza intellettuale legata ai primi movimenti avanguardisti europei e alla rivoluzione dei costumi che, in parte, aveva raggiunto la cattolicissima Spagna. I suoi spettacoli teatrali e le sue uscite per la città erano seguite da critiche dagli ambienti conservatori e da occhiate che covavano un disprezzo che si manifestò con la sua cattura e fucilazione. Anche Lorca però si lanciava in discorsi molto provocatori: affermava ad esempio che la Reconquista (dogma della destra spagnola) era stato un atto di vandalismo, poiché aveva distrutto una civiltà, quella dei mori, che aveva raggiunto livelli di sviluppo culturale e tecnologico molto elevati. Anche in politica era molto spregiudicato. Oltre a difendere le idee libertarie che si stavano da tempo diffondendo in Europa, Lorca fu uno strenuo difensore della repubblica da buon liberale di sinistra. La difese nelle sue opere e nei suoi discorsi fino alla sua morte. Quando Franco e i generali dell'alzamiento si preparavano a reprimere la sinistra spagnola e ogni elemento repubblicano, in una sorta di crociata contro gli infedeli, Lorca si trovava a Granada. Qui i falangisti perquisivano case e locali alla ricerca dei nemici della nazione. In pochi giorni furono uccisi 5000 uomini e donne con la colpa di essere di sinistra o comunque di appoggiare la repubblica (nel giro di poche settimane furono uccise 50.000 persone dalle truppe ribelli). La borghesia latifondista e gli ambienti reazionari sfogarono in questi giorni la rabbia per quelle riforme della repubblica che avevano messo in crisi le loro prerogative. Lorca si rifugiò, conscio del pericolo, presso un suo amico, Louis Rosales, poeta e falangista, il quele lo nascose da occhi indiscreti. Le autorità, venute a sapere del nascondiglio, catturano Lorca nonostante i suoi amici, tra cui Rosales, avessero chiesto la grazia. All'alba del 19 agosto 1936 a Viznar venne fucilato Federico Garcia Lorca e il suo corpo gettato in una fossa comune. Nonostante la censura franchista, la sua personalità ammalia ancora milioni di lettori.

sabato 9 giugno 2012

Franchismo: dallo Stato Corporativo al Desarrollo

La Spagna di Franco era rimasta neutrale nel secondo conflitto mondiale nonostante i suoi alleati, Germania e Italia, la invitassero continuamente a prendere una posizione. La Spagna ebbe solo giovamento dalla neutralità: uscì indenna dalla guerra e, al contrario dei suoi ex alleati, non aveva visto una occupazione militare ne un graduale transito alla democrazia. Franco era deciso e saldo sulla sua poltrona. Nonostante la non belligeranza i Paesi vincitori, specie l'Inghilterra, riuscì ad impedire alla Spagna di entrare nell'Onu e a partecipare a qualsiasi patto internazionale. Il Paese iberico venne isolato nella geopolitica postbellica. Furono impartite anche una serie di sanzioni come l'embargo del 1946 a causa dei suoi tratti di chiara matrice fascista. Franco fin dai primi anni dopo la vittoria sulla Repubblica (1939) cercò di dare al regime una veste che potremmo definire democratica. Costruì una sorta di democrazia organica dove, tramite una serie d organizzazioni corporative e sociali, le esigenze degli individuo veniva mediate per evitare scossoni nella comunità. Per ovviare all'isolamento e quindi farsi accettare dalla comunità internazionale, il dittatore decise di abbandonare ogni elemento di ispirazione fascista. In questo modo diede al suo regime un volto reazionario, accordandosi prettamente con la tradizione cattolica spagnola. Non rinunciò per il momento al progetto autarchico che contribuì non poco a isolare ancor di più la Spagna. L'intera politica economica franchista si poggiava ancora sullo sviluppo agricolo per ingraziarsi quella borghesia latifondista del Sud che aveva appoggiato da sempre l'operato di Franco. L'economia spagnola non ebbe grande giovamento da queste riforme: infatti fino agli inizi degli anni sessanta, con l'apertura all'economia mondiale, la nazione iberica versò in uno stato di stagnazione economica. Con il corporativismo economico venne istituito un sindacato (1940), sul modello di quello fascista, che aveva prettamente la funzione di mediare tra operaio e padronato per eliminare ogni tensione derivante dalla lotta di classe. Uno dei maggiori programmi di Franco fu quello di unificare il Paese sia politicamente che culturalmente: contrastò i nazionalismi catalani e baschi e impedì l'uso delle lingue regionali (catalano ecc.), consentendo solo il catalano, lo spagnolo ufficiale. Solo intorno al 1960 questa politica scemò. L'isolamento dell Spagna finì negli anni 50. Gli Stati Uniti stavano cercando nuovi alleati per contrastare l'egemonia sovietica. Franco si trovò molto disponibile nell'aiutare gli americani. Entrò nella Nato e il 1953 rappresentò l'anno di apertura verso la politica internazionale. Il presidente Dwight Eisenhower visitò la Spagna e firmò una serie di accordi economici in cambio di aree per costruire basi militari (Patti di Madrid). Sempre nello stesso anno venne firmato un Concordato con la Chiesa Cattolica e questo segnò un ulteriore passo avanti nell'apertura spagnola. Nel 1955, dopo due anni da tali accordi, la Spagna vide una lieve crescita economica  dagli prima della guerra civile. Nel 1959 si registrò un boom economico mai visto in precedenza. Questo progresso la portò a raggiungere livelli inimmaginabili fino al 1973. Le ragioni di questo boom sono molte e gli effetti hanno consentito di facilitare il passaggio alla democrazia dopo la morte del dittatore. Lo sviluppo permise di sorpassare una economia quasi del tutto basata sull'agricoltura e di sviluppare una borghesia cittadina e industriale che ha costituito la base della ricchezza spagnola fino alla crisi attuale. Il motivo principale di tale crescita fu soprattutto l'apertura al liberalismo e al Fondo Monetario Internazionale per volere della nuova classe di economisti che Franco aveva sostituito con la precedente. La Spagna registrò un tasso di crescita molto alto, secondo solo al Giappone. Questo periodo viene ricordato come "Desarrollo", cioè il decollo dell'economia dopo la stagnazione dei periodi precedenti. Nel 1975 Francisco Franco morì e il re Juan Carlos, dopo l'incoronazione, avviò le pratiche per il ripristino della democrazia.

venerdì 8 giugno 2012

Léon Degrelle e il rexismo

E' un movimento di ispirazione fascista che non ha avuto un grande ruolo sulla scena internazionale prima o dopo la seconda guerra mondiale. Al contrario ebbe un ruolo importante nel mediare tra i belgi e gli occupanti tedeschi durante l'occupazione nazista del Belgio. Sto parlando del "Rexismo", un movimento nato nel 1935 per volere del belga Léon Degrelle, giornalista e politico tradizionalista,  basandosi sulla politica sociale ed economica del Duce e su un forte tradizionalismo di stampo cattolico. Il nome stesso, Rexismo, deriva da Rex, cioè "re" in latino, e sta a significare Cristo Re, denotando quindi una forte carica cattolica. Come ogni altro movimento fascista esso si poneva come terza via tra comunismo e capitalismo, entrambi fattori di corruzione della società. L'individualismo e la lotta di classe erano nemici dello spirito nazionale mettendo in pericolo la salute pubblica dello Stato e del popolo. Erano mali da estirpare sia con una ferrea disciplina etica e pratica sia, in questo caso, con un fervido recupero degli insegnamenti religiosi della Chiesa Cattolica. Contro questi fenomeni, che per lui erano mali estremi, Degrelle esaltava una società aristocratica dove una elitè di capi avrebbe guidato il Paese verso una vera e propria rinascita. Il lavoro era esaltato come l'elemento che dava all'uomo valore e onestà e quindi la nuova società doveva per forza difendere il lavoratore e il suo contributo manuale. Il corporativismo era scelta giusta per mediare gli interessi dei padroni e degli operai e per sedare la lotta di classe. Fin dalle origini il rexismo promossero con il celebre motto "contro tutti i partiti, contro tutti i corrotti" la lotta all'usura e a liberare la politica da quegli uomini che avevano infangato il Belgio con la loro corruzione morale ed economica. Il movimento nel 1936 si organizzò in partito dove al suo vertice più alto venne posto Léon. In questo modo prese parte alle elezioni del novembre di quell'anno ricevendo un discreto successo. Al pari del Pnf si istituirono delle milizie di partito, Legion Wallonie e Legion Flandern, con compiti simili alle MVSN. Durante l'occupazione nazista i rexisti collaborarono con gli invasori per meglio individuare i traditori e i nemici comunisti o liberali. Degrelle partecipò alla principali operazioni e ad azioni di propaganda a favore del nazionalsocialismo. Il collaborazionismo lo penalizzò. Alla fine della guerra venne esiliato in Spagna (1945) e solo nel 1954 gli fu consentito di ritornare in Belgio.

giovedì 7 giugno 2012

Primo De Rivera e il falangismo

Il 29 ottobre 1933 a Madrid Jose Antonio Primo De Rivera fondò le "Falangi Spagnole", un movimento politico che aveva tratti prettamente di ispirazione fascista . Figlio del dittatore Miguel De Rivera, fin da giovane seguì le orme politiche del padre celebrando la sua figura e man mano sviluppando un pensiero che, nella teoria e nella prassi, si avvicinava al fascismo italiano. Il capitalismo e il marxismo erano per De Rivera due mali da estirpare nella società spagnola così come in tutte le altre. L'individualismo liberale e la lotta di classe erano malattie sociale che avrebbero minato l'identità nazionale e la solidità della Nazione. Si offriva invece un modello di  Nazione spirituale, trascendentale e interclassista. Proponeva la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di produzione pur difendendo la proprietà privata. Giustizia sociale e solidarietà nazionale erano le parole d'ordine del falangismo. Il tutto legato ad una politica sociale volta a garantire il sostegno delle classi operaie. Durante gli scioperi e le tensioni sociali tra il 1934 e il 1936 le falangi si schierarono a fianco degli scioperanti nonostante la forte presenza degli anarchici e dei social - comunisti e lo scarso successo che riscossero alle urne. Nell'anno dello scoppio della guerra civile le FS si schierarono nel Fronte Nazionale a sostegno di Franco. Primo De Rivera qualche mese dopo venne catturato e fucilato il 1° novembre di quell'anno. Il mito di De Rivera rimase vivo nell'estrema destra sociale anche dopo la fine del regime franchista nel 1977. Lo stesso Franco celebrò più volte De Rivera come il "martire della Crociata" per la salvezza della Nazione. Il suo corpo venne tumulato nel monumento della Valle de los Caidos, dove si trova un mausoleo dedicato alle vittime della guerra civile spagnola.

mercoledì 6 giugno 2012

George L. Mosse: sessualità e nazionalismo

Il nazionalsocialismo tedesco e italiano è per George L. Mosse l'espressione più matura del profondo legame tra nazionalismo e sessualità o, meglio, rispettabilità borghese e virilità. Questa tesi è espressa nel celebre studio dello storico tedesco "Nazionalità e Sessualità" (1982). Il fascismo in generale portava avanti una educazione sessuale dove era centrale il rispetto dei ruoli e dei generi sessuali. E' stato sempre così? La risposta di Mosse è no. Quando il fascismo e il nazionalsocialismo erano ancora movimenti parlavano di rivoluzione e di smantellare la mentalità borghese. Il primo fascismo dava ai giovani ribelli la possibilità di rifiutare non solo la propria condizione socio - economica, ma anche il proprio stile di vita. Contro la degenerazione e l'artificiosità borghese si offrivano modelli di vita autentici nonché una rivalutazione del proprio corpo. Tale riscoperta non era solo materialista e puramente estetica (come accadeva per alcuni movimenti di sinistra), ma soprattutto simbolica. Il corpo divenne sinonimo di autenticità, di Natura, della forza della Nazione nonché della propria sessualità.
La rispettabilità venne messa in pericolo. Il culto della giovinezza, della bellezza e della forza, rafforzate dal desiderio di rinnovamento seguito alla Prima Guerra Mondiale, furono fattori destabilizzanti. Si formarono i cosiddetti "Mannerbund", comunità di uomini nate dalla solidarietà che si era sviluppata in trincea, i cui aderenti potevano mettere alla prova la propria bellezza e forza. La propria virilità si doveva sviluppare in contrasto con la viltà borghese osservando un rigido cameratismo. Il peggior nemico di costoro era la pace: ecco perché la costante mobilitazione bellica, oltre a sviluppare la virilità, serviva come disciplina.
Enrst Junger, filosofo e poeta tedesco vicino al nazionalsocialismo tedesco, definì con orgoglio questi uomini come "Operai": "L’operaio’, a contatto con le forze essenziali della morte, del sangue, della terra, avrebbe assunto il controllo del progresso tecnico, della macchina, degli strumenti, cioè determinanti la società del futuro. Il suo perseguimento del potere, il suo disprezzo per lo sfogo ‘femminile’ della società borghese di riconciliare gli opposti, fa dell’operaio l’erede, in tempo di pace, del mito dell’esperienza di guerra: una nuova aristocrazia che supererà il limite tra ordine e anarchia”. Questa definizione aveva in se una contraddizione: come conciliare l'esigenza di forza con quella di disciplina e di rispetto degli usi e costumi nazionali? Era vero che queste dovevano essere le forze rigeneratrici della nazione, ma bisognava conciliarle con il costume tradizionale. In Germania ci fu una graduale assimilazione ai costumi tradizionali. In Italia al contrario il fascismo delle prime origini era molto più libertario. Si permise il libero sfogo delle energie creative tramite forme di avanguardia che si rifacevano alle esperienze futuriste e sindacaliste, ma nel contempo si avviò un graduale rientro nella tradizione. In un primo momento il fascismo promosse una vera e propria rivoluzione sessuale. Alle donne vennero concessi diritti e le si spalancarono le porte per molte professioni, prima tabù. Quando il regime si stabilizzò il ruolo della donna venne man mano sottoposto a continue rivisitazioni fino a coincidere con quella rispettabilità borghese che prima combattevano. La rispettabilità borghese divenne man mano il manto sotto il quale il fascismo si celò per conquistare gli animi della borghesia e per cementare il tessuto sociale.