mercoledì 30 maggio 2012

Lotta Operaia: sindacalismo rivoluzionario

La lotta operaia era ormai un fuoco difficile da spegnere. Gli scioperi e le occupazioni erano frequenti e le repressioni erano altrettanto dure. Negli anni venti dell'ottocento in Inghilterra nacquero le prime associazioni sindacali (Trade Unions), organizzazioni spontanee di lavoratori che si univano nella comune lotta per condizioni di vita migliore. Questi primi sindacati ebbero vita difficile e, con il passare del tempo, la loro immagine si radicalizzò nella classe operaia tanto che il modello delle Trades Union venne esportato negli altri Paesi industrializzati. Si vennero a creare una miriade di associazioni e di organizzazioni nazionali (Trades Union Congress) e sovranazionali (Federazione Internazionale Sindacale) che si proponevano di coordinare la lotta operaio. Nello stesso momento la Seconda Internazionale nel 1904 riconobbe l'importanza del sindacalismo come strumento di lotta per il miglioramento delle condizioni di vita dell'operaio, ma il loro ruolo sarebbe stato sospeso nel momento in cui sarebbe iniziata la rivoluzione. Questa battaglia sociale da radicale si spostò su terreni democratici e di compromesso con la classe industriale nazionale. La nuova strada intrapresa non piacque a quei soggetti ancora legati ad una concezione radicale del socialismo. Ed ecco che nel mondo sindacale si formò e si separò una corrente che vedeva nella lotta radicale (sciopero generale) la vera arma del proletariato contro la classe dirigente. Nel 1895 un gruppo di sindacalisti legati all'anarchico Fernand Pelloutier decisero di creare movimenti sindacali indipendenti di stampo rivoluzionario. Ed ecco la teorizzazione dell'anarco - sindacalismo o sindacalismo rivoluzionario (alcuni considerano questi due termini non sinonimi, in quanto rappresentanti di due filoni distinti del sindacalismo rivoluzionario). Le basi teoriche erano a metà strada tra l'anarchismo (Bakunin) e il marxismo, in particolare il revisionismo di sinistra (Arturo Labriola). Le analisi marxiste erano le spinte di partenza per avviare una fase "destruens" del capitalismo, ma la fase "costruens" sarebbe stata esclusivamente di stampo anarchico. 
Gli anarcosindacalisti vedevano, al pari dei marxisti e degli anarchici, nella lotta di classe la chiave per abbattere il capitalismo, rappresentato dalla borghesia e dallo Stato, primo agente di oppressione. La rivoluzione sarebbe stato un atto spontaneo di libere associazioni di operai (i sindacati), i quali con uno sciopero generale avrebbero messo in ginocchio il capitalismo statale e lo avrebbero rovesciato. Lo sciopero generale è la breccia che può aprire la crisi del capitalismo, un "tirocinio rivoluzionario" come dice Georges Sorel. Partendo da una base e da una analisi prettamente marxista (fondamentali gli scritti di Arturo Labriola), si innestano elementi spiritualisti e idealisti come emerge in uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario: Sorel. La violenza, vista in chiave idealista, diveniva una forza creatrice capace di distruggere il vecchio e di inaugurare il nuovo. La rivoluzione avrebbe costituito una fase di piena attività creativa. Nonostante i punti in contatto con il marxismo, la metodologia rivoluzionaria era opposta. Un partito gerarchizzato e centralizzato non era indispensabile per guidare la rivoluzione e per creare la nuova società. Il proletariato era in grado di organizzarsi da solo e di giungere a forme comunitarie di vita organizzate in una federazione internazionale, senza fasi intermedie (dittatura del proletariato), sulla scia di Bakunin. Il sindacalismo rivoluzione, nato dalla reazione al sindacalismo compromesso, presenta in realtà al suo interno una eterogeneità di pensiero a seconda del Paese in cui si è diffuso. Ad esempio in Italia si giunse a forme nazionaliste di lotta sindacale fino ad un profondo legame con il primo fascismo. Filippo Corridoni, Alceste De Ambris, Edmondo Rossoni sono solo alcuni dei nomi di sindacalisti rivoluzionari che concepirono un sindacalismo di stampo nazionalista e corporativista. Anche in Francia, patria di Sorel, il sindacalismo finì per aderire alle formazioni Azione Nazionale come fece lo stesso Sorel.

martedì 29 maggio 2012

Robert Owen: agli albori del socialismo

Erano gli anni ruggenti della prima rivoluzione industriale con le innovazioni tecnologiche e con un salto qualitativo della vita enorme e senza precedenti. Lo sviluppo economico sembrava irrefrenabile e la società stava vivendo una fase di transizione da un epoca passata, feudale e aristocratica, ad un altra, liberista e borghese. Gli effetti negativi non erano certo inferiori rispetto agli esiti positivi di questo slancio umano. Si profilava una serie di questioni sociali legati all'eccessivo sfruttamento del proletariato che si stava ammassando sempre di più nelle grandi città industrializzate. Questi disagi causarono problemi legati all'igiene e alla sicurezza tanto da sollevare in molti intellettuali e filantropi dell'epoca voci di dissenso. In quegli anni si svilupparono le prime forme di socialismo, utopistico e filantropico, ma che per la prima volta davano una soluzione ottimale ai molti disagi sociali. Queste ipotesi si svilupparono nei Paesi dove maggiormente la rivoluzione aveva intaccato profondamente le coscienze sociali e la stessa società, cioè i Paesi del Nord Europa come l'Inghilterra. Robert Owen fu uno dei primi intellettuali filantropi a darci una soluzione sistematica del problema e a tentare nel concreto di cambiare le cose. Di origini inglesi, Owen fu un noto imprenditore e, lavorando nel campo industriale, si rese subito conto dei disagi da risolvere. Influenzato da un certo determinismo sociale, Owen era convinto che l'individuo era frutto dell'ambiente in cui viveva per cui, cambiando condizioni di vita, molte questioni sociali potevano essere facilmente risolte. La sua politica sociale all'interno dei suoi cotonifici fu quella di migliorare sensibilmente le condizioni di vita degli operai sia aumentando i salari sia ridimensionando l'ambiente lavorativo e sociale, costruendo comunità per operai con scuole ed altri edifici socialmente utili. Inoltre stimò di poter stabilire ai suoi operai un eccellente servizio sanitario per poter migliore le condizioni di vita anche delle loro famiglia. Anche in campo educativo Owen si prestò a ideare un nuovo modello sociale e culturale: ad esempio abolendo il matrimonio e stabilendo che i figli delle coppie fossero allevate in comunità infantili gestite dalla comunità. Nel contempo però riuscì a stabilire un equazione, lavoro = valore, che sarà poi ripresa da Marx e che sarà uno dei principi fondamentali dell'economia.
Il primo tentativo di realizzare una comunità del genere avvenne nel 1826 a New Harmony negli Stati Uniti. Questa nuova organizzazione sociale e culturale non ebbe vita lunga: fallì miseramente. Ritentò anche in Inghilterra, ma non riuscì lo stesso nei suoi intendi. Affiancò questo lavoro filantropo con la costituzione delle prime organizzazioni sindacali e lui stesso, lasciato il suo ruolo di imprenditorie, si dedicò alle prima battaglie delle Trade Unions. Probabilmente una delle poche mosse riuscite di Owen fu quella di dare grande importanza al sindacalismo come spinta fondamentale al cambiamento sociale e politico della classe operaia. Le ragioni del suo fallimento sono molte dall'azzardata organizzazione sociale e culturale al fatto che, come riteneva Marx, non si possono realizzare forme comunitarie quando sono ancora vigenti i rapporti tipici del capitalismo; soprattutto è impossibile creare tale comunità in una società dove il principio del profitto è ancora norma etica e dove lo Stato sostiene il capitalismo. Secondo Marx, il padre del cosiddetto "socialismo scientifico", solo con un atto di forza, con una rivoluzione, era possibile realizzare forme di collettivizzazione nullificando il capitalismo. Una utopia che però ebbe il merito di spingere altri ad una ricerca scientifica che aveva come obbiettivo di avvicinare il più possibile l'utopia alla realtà.

Il rinnegato Berto Ricci

E' un rinnegato, un uomo che ha rinunciato alla sua origine e al benessere che ne deriva per seguire i suoi ideali e combattere per essi. E' una delle tante figure che hanno contraddistinto in positivo il fascismo italiano e che, ancora oggi, viene ricordato per la tenacia che dimostrò ogni momento della sua vita nella difesa dei propositi. Appartiene al quel grande gruppo di socialisti massimalisti e di anarchici che videro nel nascente movimento fascista l'unica forza rivoluzionaria in grado di cambiare il mondo conosciuto. Sto parlando del fiorentino Berto Ricci, noto matematico, ex anarchico avvicinatosi poi al fascismo e a Mussolini. Oggi lo si ricorda soprattutto per la sua fedeltà ai suoi ideali politici e per il suo sacrificio nel difenderli. Partito da posizioni anarchiche ben presto si avvicinò al nascente fascismo vedendo in esso l'occasione per l'Italia di riscattarsi sia politicamente che economicamente. Tali posizioni, che lo ponevano in netto contrasto con gli sviluppi successivi del fascismo, furono chiariti sulla rivista che fondò nel 1931, "L'Universale", (pubblicato fino al 25 agosto 1935) alla cui stesura collaborarono le voci note del panorama culturale dell'epoca: Indro Montanelli, Giuseppe Bottai ecc.
Come dice lui stesso il giornale doveva “raccogliere attorno a sé quei giovani intellettuali fascisti che volevano andare oltre il capitalismo, il nazionalismo e le degenerazioni storiche del cristianesimo, e che credevano in una cultura fascista universale, che non dimenticasse le proprie tradizioni e rispondesse alle vere esigenze del fascista perfetto, puro eroe senza classe, insofferente ad ogni disciplina, irruento, intelligente e testardo apostolo dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni"
Al pari di Gallian Ricci era insoddisfatto e avulso dal lusso dei salotti romani convinto sostenitore di uno stile di vita spartano e consono al decoro fascista. La sua tenacia intellettuale era seguita dall'azione, perché al pensiero deve seguire l'azione, senza la quale l'idea sarebbe sterile e astratta. Fu una delle anime ribelli del fascismo: anticlericale, anticapitalista e in generale anticonformista poco propenso ad accettare la morale borghese e le decisioni del regime. La sua lotta era finalizzata alla salvezza e alla purificazione dell'Italia per restituirle quel primato politico e culturale che da tempo immemorabile aveva perso. La sua Rivoluzione Radicale partiva da basi ideologiche molto forti che si rifacevano al concetto di eroismo di Nietzsche fino ad arrivare al pensiero sovversivo di Sorel, per attingere anche dalla tradizione pagana romana e dal cristianesimo più spartano e guerriero. Il suo spirito indomabile lo portò a partecipare agli eventi principali della sua epoca e a prender parte a guerre in nome della Patria e del Fascismo. Ecco perché partì nel 1935 volontario in Etiopia e l'esperienza bellica lo segnò a tal punto che in decise si arruolò come volontario di nuovo durante la seconda guerra mondiale, non facendo più ritorno in Patria (morì in Libia il 2 febbraio 1941). 

E se l'Italia fosse una repubblica presidenziale? (di Paolo R.)

La storia della nostra repubblica fin dalla sua origine ci ha insegnato che l’eccessiva divisione di potere ha portato sempre alla debolezza eccessiva dello Stato che ha impiegato più di 30 anni per debellare il fenomeno del terrorismo e ancora oggi non è riuscito a frenare quello delle mafie. Questo è stato possibile perché in Italia molti incarichi si accavallano e perché il parlamento ha troppo potere ed è sempre molto frammentato. Spesso non si raggiungono buone maggioranze per fare riforme coraggiose e definitive oppure accade che appena cade un governo il nuovo modifica le leggi precedenti per ottenere più consensi!
Ora una repubblica presidenziale è una forma di governo in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del Presidente che è sia il capo dello Stato sia il capo del governo: generalmente è eletto direttamente dai cittadini e forma il suo governo; essendo capo di stato non ha bisogno di voto di fiducia parlamentare anche perché, avendo già ottenuto il voto della maggioranza dei cittadini, non ha bisogno della fiducia dei loro rappresentanti. La legittimazione attraverso il voto conferisce al presidente una chiara superiorità rispetto ai suoi ministri, non sempre rimarcato nei sistemi parlamentari.
In Francia e negli USA c’è questo sistema e sembra funzionare bene ma in generale l'Italia rispetto a questi due Paesi dimostra di avere una mentalità purtroppo molto diversa, a partire dai nostri politici che sono criticati e beffeggiati in tutto il mondo e non solo. Sono i primi ladri che rovinano un paese che sembra non essere basato sul lavoro come dice la costituzione ma sulla corruzione e la mafia. Ora se questo sistema prendesse piede anche in Italia come si comporterebbero i nostri concittadini: voterebbero come presidente uno come Berlusconi, Vendola, Bersani? Oppure può esistere una classe politica buona e forte allo stesso tempo che può prendere in mano la situazione con coraggio e determinazione? Secondo me in Italia né esistono purtroppo pochissimi e purtroppo vengono zittiti dai più così da poter fare i loro porci comodi. Quindi se l'Italia non diventasse una repubblica presidenziale le cose potrebbero peggiorare fino a sfociare in una dittatura dove i nostri politici potranno fare quello che vorranno alla luce del sole. In teoria una repubblica presidenziale è molto più democratica ovvero è una vera democrazia rispetto alla parlamentare dato che si sceglie direttamente chi ti governa ma, trovandoci in Italia, la cosa non potrebbe funzionare a meno che quei pochi politici onesti non si facciano avanti e non facciano sentire la propria voce! 

lunedì 28 maggio 2012

Non vi accettiamo!

Negli anni 50 il pianeta si divideva in due zone di influenza: il Primo mondo che racchiudeva i Paesi industrializzati, con un sistema capital - liberale, capitanato dagli Stati Uniti; il Secondo mondo ruotante intorno all'Urss con un sistema economico e sociale omologo del capitalismo di Stato sovietico. Vi era poi un gruppo di Paesi sottosviluppati usciti dal colonialismo o ancora sotto la dominazione europea che si era soliti definire "Terzo mondo". Un raggruppamento estromesso dalle grandi competizioni che soffriva per il sottosviluppo e la rapacità con la quale i Paesi sviluppati depredavano le loro risorse. Ancora oggi circola lo stereotipo di queste nazioni deboli e incapaci di prendere decisioni serie. In quegli anni stavano nascendo movimenti nazionalisti che rivendicavano la sovranità su quelle terre o si erano verificati sconvolgimenti sociali e politici (come la rivoluzione cinese del 1949) che avevano messo in discussione la sovranità dei Paesi imperialisti e lo stereotipo sopra citato. Ormai il Terzo mondo stava diventando un blocco compatto di Stati decisi a lottare contro l'ingerenza straniera. Il 1955 sancisce la rinascita del Terzo mondo come blocco di Paesi decisi a sfidare i rivali del Primo e Secondo mondo. A Bandung, una cittadina dell'Indonesia, si tenne fra il 18 e il 24 aprile un convegno di delegati di nazioni afroamericane. Mandarono i loro rappresentanti l'India, Pakistan, Birmania, Ceylon, l'Indonesia, la Cina socialista e molti altri Paesi africani compresa la Jugoslavia di Tito. I protagonisti dell'incontro, Nasser, Hehru, Tito e Zhou Enlai misero in tavola gli argomenti principali da trattare: il rifiuto di ogni forma di colonialismo e di ingerenza e la dichiarazione di non allineamento con le posizioni politiche di URSS e Usa. Il Terzo mondo venne rivalutato in una chiave nuova e positiva, come una forza capace, se unita, di mettere in crisi gli altri due blocchi e poter finalmente riprendersi quello che da sempre era loro diritto: risorse e sovranità nazionale. La Cina di Enlai si pose nei confronti di questi Paesi come il loro protettore, come la nazione protettrice di quelle più debole pur richiamandosi a principi di neutralità (ancora oggi la Cina di Hu Jintao si pone come il continuatore di questa linea politica favorendo lo sviluppo economico di ampie zone dell'Africa). In questo modo la Cina sanciva definitivamente la fuoriuscita dal Comintern e l'originalità del socialismo cinese che Mao da anni difendeva. Tutti i membri del convegno accettarono le proposte di Nasser, Nehru e degli altri leader, sottoscrivendo la "Dichiarazione per la promozione della pace nel mondo e per la cooperazione", documento che sanciva l'alleanza attiva tra questi nascenti Stati nazionali.
Tali idee non potevano che avere un effetto domino. Molti Paesi africani e asiatici si avvicinarono a tale movimento e iniziarono a rivendicare una certa autonomia nei confronti degli ex dominatori. Nel 1961 Tito, Nehru e Nasser diedero di conseguenza vita all'organizzazione "Non Allineamento" a Belgrado. Ad aderire a tale movimento vi erano circa 25 Paesi compresa Cuba di Castro e l'Algeria, resasi da poco indipendente dalla Francia. La Cina ancora una volta si impose come l'esempio del Paese emancipato visto che poco tempo prima era riuscita a staccarsi dall'orbita sovietica e a imporsi come una delle nazioni in via di sviluppo sia economico che militare. Il movimento finì per contare fra i suoi membri 75 Paesi tutti convinti assertori di una politica contro l'imperialismo occidentale. Purtroppo i primi disequilibri non tardarono a mostrarsi. Guerre e contrasti tra i membri del Non Allineamento minarono i rapporti di solidarietà. I conflitti sono solo una parte delle cause che portò allo scioglimento dell'organizzazione. Ormai la maggioranza degli Stati africani si era emancipata e si conseguenza la spinta anticoloniale era scemata. Inoltre con la caduta del blocco sovietico i rapporti politici ed economici erano cambiati: molti Paesi non allineati finirono per entrare nell'orbita americana o ne approfittarono per rendersi del tutto autonomi da condizionamenti, come l'India. Altri Stati invece avevano mutato assetto politico, come la Iugoslavia. Molte nazioni sottosviluppate stavano emergendo economicamente mentre altre restavano in una situazione di povertà e miseria per cui equi rapporti politici ed economici erano effimeri e poco credibili. L'esperienza dei Non Allineati ha segnato la fine dell'imperialismo europeo e la prima dimostrazione dell'orgoglio nazionalista dei Paesi del Terzo mondo, la prima forma di rivincita degli sfruttati sugli sfruttatori: capovolgimento che all'epoca era vista come l'unica opportunità per annientare il rapace liberal - capitalismo.

Gli anni dell'edonismo

Erano i mitici anni ottanta, quelli che ancora ci fanno sognare. Un decennio di successo, di abbondanza e dei miti di Hollywood. Nei nostri anni di crisi questo decennio si carica di magia e di elementi mitici come se fosse un età dell'oro. Dietro l'abbondanza e la televisione si venivano a creare le prime contraddizioni del sistema che avrebbero portato alla crisi di inizio millennio. Le eccessive politiche liberali, il fanatismo finanziario e predatorio, queste e altre sono le premesse di un sistema che stava solo preparando la sua ennesima crisi. Ancora oggi è viva l'immagine di quei super manager, i Colletti bianchi, che negli anni ottanta e novanta erano il simbolo del successo e dell'uomo realizzato. Ciò che mi preme evidenziare non sono le cause della crisi attuale, ma gli effetti sulla società che le politiche neoliberiste hanno causato. Stiamo parlando di quel fenomeno che si è soliti definire come "Edonismo reaganiano" intendendo quell'etica del profitto e del successo che negli Usa, e poi nel resto del mondo, divenne la regola per chi voleva avere un ruolo sociale rilevante. Ronald Reagan, repubblicano convinto, accesso oppositore dei democratici e di tutte le frange della sinistra americana e mondiale, fu uno degli animatori del neoliberismo insieme al Premier inglese Margaret Thatcher. Il nemico numero uno del Premier americano era lo stesso Stato o meglio l'apparato burocratico, fatto di aziende e imprese pubbliche, creato durante il New Deal. Da liberista era convinto che i mercati e l'economia in generale erano in grado di regolarsi senza controlli statali o di altri enti sovranazionali. Di conseguenza anche la cosa pubblica doveva essere liberalizzata e favorire la competizione tra privati. La lotta contro lo Stato riguardava il taglio delle spese pubbliche, la limitazione dell'apparato statale nella gestione dell'economia e della vita pubblica e la riduzione delle tasse. La "deregulation" era la chiave di volta per una nuova struttura sociale ed economica che garantiva ricchezza e una vita oltre i limiti. Ancora oggi, fino a qualche anno fa, la destra americana portava avanti questa politica contro un fisco opprimente, a favore della borghesia. Gli effetti sulla società e sull'individuo non si ridussero all'incremento o al decremento della ricchezza personale, ma produssero un nuovo modo di vedere se stessi e la realtà. La nuova parola d'ordine era il successo e il profitto che ne consegue. Il tutto accompagnato da un individualismo e da un relativismo estremo. Un sistema morale che dava valore alla competizione e alla vittoria non poteva che esaltare l'individualità. La vita pubblica era una savana con molti predatori e pericoli costanti. Competere senza regole era l'unico modo per emergere. In economia non esiste morale, tutto è permesso, anche speculare. Ed è quello che è successo, causando danni a lungo andare. L'unica legge era salire sempre più in alto. Si era formata quindi una classe di manager, uomini d'affari e capitalisti che erano riusciti a vincere la sfida. Di conseguenza questi predatori, affaristi e manager costituivano una nuova aristocrazia economica e politica. Questi fino a pochi anni fa erano indicati come i modelli ideali e concreti di uomo nel pieno delle sue capacità. Come non citare il film "Wall Street" di Oliver Stone del 1987? La figura del manager astuto che percorre gli spazi intorno a Wall Street? Ogni sogno ha una fine traumatica, specie quando esso è bello e si scopre come in realtà la realtà sia tutta'altro che rosea. Fino a qualche anno fa l'etica neoliberista era ancora la morale che reggeva il capitalismo occidentale. Adesso la crisi è il sogno che che finisce. Tutti i mali accumulati nel corso del tempo si sono rivelati all'opinione pubblica: indebitamento statale con le grandi banche nazionali ed internazionali, la finanza predatoria e le tasche della popolazione svuotate costantemente per cercare di coprire i buchi nei bilanci statali. Adesso tocca ricominciare, ma sarà dura cancellare una mentalità ancora oggi radicata nel comportamento occidentale.

Il Grande Timoniere: appunti di maoismo

Era il 1968 quando Moravia venne contestato dai giovani "rivoluzionari" durante una sua conferenza all'università La Sapienza dopo il suo viaggio in Cina. Al grido di "Mao si, Moravia no" i sessantottini dimostrarono il forte interesse per il maoismo e per le garanzie di libertà che Mao aveva promesso non solo in Cina, ma anche nei Paesi sottosviluppati e in Occidente.
"Maoismo" è un'etichetta che sta a riassumere le istanze del lavoro teorico e pratico del rivoluzionario cinese Mao Tse Tung fondate su una revisione del marxismo per adattarlo alle condizioni sociali e politiche della Cina di quasi ottanta anni fa. Sostanzialmente oltre all'adozione del nazionalismo come spinta rivoluzionaria e come cemento sociale, Mao, analizzando la situazione sociale cinese, evidenziò come il proletariato, essendo molto esiguo, non avrebbe mai potuto essere l'agente della rivoluzione: al contrario la classe contadina, maggiormente numerosa, avrebbe assunto il ruolo rivoluzionario del proletariato urbano. Ecco perché tra i punti essenziali del suo programma vi erano collettivizzazioni delle terre a danno dei grandi latifondisti. Lavori per creare comunità contadine dove la gestione delle terre era collettivizzata e il frutto del lavoro era ridistribuito in maniera equa tra i lavoratori.
Mao elaborò un piano di lotta che tenesse conto del territorio cinese e degli agenti rivoluzionari, dando di conseguenza molta importanza alla guerriglia. La guerra si sarebbe svolta secondo tre fasi: la prima sarebbe consistita nella mobilitazione dei contadini e nella creazione di soviet rurali; la seconda avrebbe previsto la costituzioni di bande di guerriglieri e in seguito la formazione di un esercito; l'ultima fase avrebbe previsto, dopo le prime fasi di guerriglia, il passaggio ad un conflitto diretto. In un primo momento le pianificazioni belliche di Mao fallirono costringendo ad una lunga ritirata (La Grande Marcia, 1939) e in secondo momento, con il supporto del Comintern, Mao sconfisse i nazionalisti di Chaing Kai - Shek nel 1949. I cardini che oggi possono essere presi come punti fermi dell'operato maoista sono la "Grande Rivoluzione Culturale Proletaria", che avrebbe dovuto riformare intellettualmente e socialmente la Cina socialista, e il "Grande balzo in avanti", che avrebbe dovuto assicurare un rapido sviluppo economico. La vittoria del socialismo non garantiva la sua solidità ne il fatto che il capitalismo potesse riproporsi al suo interno. Alcuni atteggiamenti e schemi mentali tipici della borghesia potevano vegetare e al momento giusto rinascere e causare la corruzione del socialismo, come in URSS. In concomitanza con l'estromissione di Mao dalla gestione del potere, il Grande Timoniere (attributo dato a Zedong) lanciò accuse contro la già presente corruzione all'interno del partito comunista cinese. Ecco perché dal 1966 fino alla sua morte ci fu quella che in occidente venne esaltata come Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Elementi fondamentali della nuova cultura erano le avanguardie intellettuali e giovanili pronte a riformare la società per scovare le annientare i burocrati controrivoluzionari. I giovani mobilitati dovevano essere inquadrate nelle cosiddette "Guardie Rosse" e messe in campo per eliminare ogni istanza borghese dalla società socialista sia tra la popolazione sia all'interno del partito. Il tutto attraverso anche una grande opera di propaganda mossa a partire dal Libro Rosso, scritto dallo stesso Mao nel 1966, dove si elencavano i rudimenti di marxismo e di maoismo: elemento sempre presente nell'armamentario delle Guardie Rosse. La dura repressione degli elementi poco inclini alla politica maoista furono molti e le repressioni si susseguirono in un arco di tempo che va dal 1966 al 1969. Si calcola che nei campi di rieducazione (Laogai) finirono circa 7 milioni di persone.
Tra il 1958 e il 1960 venne lanciato "Il grande balzo in avanti", un piano economico che avrebbe dovuto sviluppare la Cina basando il tutto sulla collettivizzazione dell'agricoltura e dell'industria. Mao predispose la creazione di grandi comunità popolari rurali dove le terre erano in comune e il denaro abolito sostituito da "punti lavoro" che avrebbero costituito il metro di prodotto che un contadino avrebbe ricevuto a seconda del proprio lavoro. Legato alla creazione di comunità agricoli ci fu la creazione di un vasto apparato idrico per l'irrigazione dei campi fatto di un gran numero di laghi artificiali e canali. Queste comunità si diffusero in tutta la Cina rurale e ben presto si ampliarono con la costruzione di piccole industrie e di altri edifici per il bene collettivo (scuole, ospedali ecc.). Come per l'agricoltura anche l'industria venne collettivizzata. Vennero create piccole comunità dove si edificarono fornaci comuni dove venne predisposto la produzione di acciaio. Dopo una elevata crescita nel 1958 (l'industria metallurgica aumentò la propria produzione del 45%) negli anni successivi tali traguardi non si superano. La recessione economica seguita allo sviluppo fu, per alcuni, la causa principale della carestia che colpì la Cina tra il 1959 e il 1962 che uccise circa 43 milioni di cinesi.